Quando pensiamo alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 immaginiamo velocità, ghiaccio, precisione millimetrica. Vediamo il gesto atletico nel suo momento più emblematico ma raramente ci soffermiamo su ciò che lo rende possibile: anni di preparazione silenziosa in cui l’alimentazione diventa parte integrante nonché nucleo centrale della performance.
Da Biologa Nutrizionista esperta in alimentazione antinfiammatoria e disturbi alimentari, non mi occupo di nutrizione sportiva d’élite. È proprio per questo che, nel voler raccontare il dietro le quinte della preparazione olimpica, ho scelto di coinvolgere una delle figure più autorevoli del settore: la Dott.ssa Loredana Torrisi, dietista del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) e docente di Nutrizione Sportiva presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.
La prima domanda che le ho posto è stata semplice, cioè quanto conti davvero l’alimentazione nella costruzione di una performance di tale portata ed importanza.
La sua risposta è stata chiara: conta moltissimo ma deve restare coerente con la storia dell’atleta. Nel lavoro con i Probabili Olimpici, i cosiddetti “P.O.”, l’obiettivo non è stravolgere ma rifinire. Non si cambia radicalmente ciò che funziona da anni; si ottimizza, si calibra, si accompagna.
In una fase delicata come quella pre-olimpica, alterare infatti bruscamente le abitudini alimentari potrebbe destabilizzare equilibri costruiti nel tempo. La nutrizione, in questo contesto, è un lavoro di precisione chirurgica.
Poi ho continuato chiedendole qualcosa di molto curioso, ovvero se esistano sport in cui aumentare di peso possa essere un vantaggio.
La risposta, per molti sorprendente, è stata “sì”.
Ad esempio, uno degli sport in cui fare ciò è importante, quindi diventa proprio una richiesta, è il bob; più nello specifico, nel bob a due maschile il peso complessivo di equipaggio e mezzo deve superare una soglia precisa. Se non la si raggiunge, è possibile aggiungere zavorre metalliche ma, come ben spiega la dott.ssa Torrisi, nessuno preferisce il peso “inerte” del metallo alla massa muscolare funzionale degli atleti. Più muscolo significa infatti più potenza nella spinta iniziale, quella che determina l’accelerazione decisiva nei primi metri.
È proprio per questo che molti frenatori provengono in origine da discipline di potenza come il lancio del disco, il giavellotto o il canottaggio: sport che sviluppano forza esplosiva e struttura corporea adeguata. Anche in altre specialità come lo slittino il rapporto tra peso e mezzo diventa una variabile strategica da calibrare con attenzione.
In questi casi, dunque, il peso non è considerato come un nemico da combattere ma come variabile strategica da costruire.
Questo ribalta completamente l’idea semplificata che spesso associamo allo sport: “meno peso = più performance”. Non sempre è così perché dipende dallo sport, dal ruolo e dall’obiettivo.
Ciò che fino a qui emerge con chiarezza è che non esiste “la dieta dell’atleta olimpico”. Esiste una pianificazione personalizzata, costruita sul tipo di sport e sulle caratteristiche individuali. È inoltre un grande lavoro multidisciplinare tra preparatori, medici, dietisti, nutrizionisti e che integra fisiologia, biomeccanica, psicologia, strategia.
Se da un lato è vero che esistono sport in cui è richiesta una certa prestanza in termini di surplus di peso, è vero pure che ne esistono altri in cui è preferibile avere un peso più leggero in maniera tale da calibrare flessibilità ed agilità.
La Torrisi riporta per quest’ultimo caso l’esempio del pattinaggio artistico: le movenze e la durata di sforzo aerobico vengono nettamente influenzate dal quantitativo pesistico. Qui, a maggior ragione, serve strutturare un percorso alimentare che sia funzionale alla performance ma che al contempo sia completo e che prevenga pure l’insorgenza di “trigger” connessi al possibile sviluppo di Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione Umana, DNA, come bulimia ed anoressia.
Tali disturbi hanno interessato e continuano ad interessare con un’elevata incidenza gli atleti che praticano sport di performance visiva ed estetica come il pattinaggio insieme alla danza, alla ginnastica artistica ed alla ginnastica ritmica.
La lezione più potente che allora possiamo trarne è forse collegata proprio a questo punto: comprendere che di certo ciò che vediamo non è improvvisazione, non è miracolo; si tratta di un momento finale rispetto ad un percorso iniziato molto tempo prima, dove anche la resa nutrizionale viene coltivata con metodo, competenza, visione e prospettiva (fisica ma anche e soprattutto psicologica).
La tua nutrizionista di fiducia, Valentina
Articolo a cura della Dott.ssa Valentina Garritano, Biologa nutrizionista – esperta in Alimentazione Antinfiammatoria Funzionale e Disturbi Alimentari















